Colazione all’ivoriana: caffè e banana fritta

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Dolore alla gamba. Rinvieni dal dormiveglia. Mal di collo, freddo ai piedi, un persistente e ormai troppo familiare ronzio di motore a reazione ovattato in sottofondo, dentro e fuori dalla testa. Tentativo di recupero di coscienza e del concetto di spazio/tempo. Ok, sono sull’ennesimo, asettico, volo aereo. Ma dove, quando?! Poi le palpebre si aprono e attraverso il piccolo rettangolo che mi fa da occhio sul mondo, una luce strana, intensa, calda, sale dal basso e mi riempie, m’invade: è l’Africa sub-sahariana, che riflette la luce del tramonto.

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Ringrazio il crampo al quadricipite che svegliandomi mi ha regalato la possibilità di assistere a questo spettacolo senza pari, appoggio la fronte al finestrino e volgo lo sguardo all’infinito con la mente persa in mille pensieri, fino a che il sole non sparisce dietro l’orizzonte. Rosso fuoco. Ci sono colori così profondi, che non si possono raccontare. Continua a leggere


Oysters for the poor boys

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Music e great food, queste le parole chiave ripetute preparando un viaggio a New Orleans, avvicinandocisi, camminando per le strade di dimensioni e storia europee,  guardando case balconi e pale di ventilatori, sudando.

La mattina del 30 agosto 2005, oltre i tre quarti di New Orleans erano sommersi da metri di acqua, fango e scarichi fognari. Il giorno prima, l’uragano Katrina aveva toccato terra sulla costa di Louisiana e Mississippi con venti di quasi 200 km/h e puntato sulla città; con un ipocrita sconto sulle previsioni più pessimistiche, aveva risparmiato i quartieri storici, centrali e più ricchi concentrandosi sulle periferie orientali povere, costruite sotto il livello del mare e protette da vecchi argini attorno ai canali e al solitamente sonnacchioso Mississippi, argini che cedettero inondando e distruggendo molti edifici che erano resistiti al vento e alla pioggia.

New Orleans Flooded

La FEMA e la protezione civile statale fronteggiarono l’emergenza con una rapidità ed efficacia che in confronto la Protezione Civile italiana di qualche anno fa sarebbe sembrata una macchina bene oliata. Decine di migliaia di persone si ritrovarono in uno di stato di natura, barricati al secondo piano di case allagate per difendersi dai saccheggiatori, o profughi ammassati nel Superdome o sui ponti. La piena occupò la città per settimane. Bush dal finestrino dell’Air Force One si chiese come mai i suoi concittadini si fossero dati alle risaie. Gli americani, dopo che i giornalisti, bloccati negli hotel dei quartieri “salvati” del Quarter o di Uptown avevano descritto lo “scampato pericolo” per New Orleans, cominciarono a vedere immagini che sarebbero potute venire da lì come da un monsone nel terzo mondo.

Dopo Katrina, New Orleans aveva centinaia di migliaia di edifici distrutti e la popolazione dimezzata; molte delle persone che erano scappate con l’evacuazione obbligatoria, semplicemente non tornarono. Diversi opinionisti a Washington osservarono che non valesse la pena ricostruire una città sott’acqua e senza ordine, spendendo quasi cento miliardi di dollari. Per fortuna di tutti, tra le sue molte peculiarità New Orleans è anche refrattaria al culto americano della funzionalità prima di tutto. La gente che è rimasta, quella che è arrivata e quella che si è fermata, e gli aiuti stanziati, hanno ricostruito e riqualificato intere zone, il turismo e le conventions sono tornati a riempire la città che ha nuove startup, musei e iniziative, anche se centomila abitanti meno che nel 2005 e quartieri degradati che attendono da otto anni.

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Essenze, immagini e riflessioni tra 5 terre

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Ho girato il mondo ben più di molti miei coetanei, ho visitato paesi all’altro capo del globo e sono entrato in contatto con popoli lontani e culture sconosciute. I viaggi che figurano nella mia “lista delle cose da fare” sono ancora molti eppure, come purtroppo spesso accade nel guardare troppo lontano, mi sono accorto di aver perso di vista la bellezza di quanto mi circonda.

Mi è capitato di riflettere a lungo su questo, durante un weekend dello scorso novembre, mentre passeggiavo per i vecchi vicoli a sanpietrini di Monterosso.

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“Si mangia ragazzi: passatemi il martello!” (!?)

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Come ogni anno arriva puntuale il meeting di lavoro negli States. Una settimana di break dalla routine quotidiana, 7 giorni di incontri interessanti, macchine sportive (la Camaro Cabrio dell’anno scorso me la ricordo ancora come fosse ieri), cheesebugers, spiagge chilometriche e ville con piscina… Macchè!? Quest’anno Seattle!

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Que C’est Triste Valence

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A Valencia ci sono stato un’estate di novembre, che a Milano faceva un freddo (bello pensarci adesso, vero?) e là si girava in maniche di camicia, i giardini e l’università sembravano luglio, e se vai a cena alle otto non trovi nessuno e il cameriere ti guarda stranito perché stanno giusto scaldando il forno. La cosa del fuso orario naturale spagnolo mi ha sempre affascinato, ché noi pensiamo siano loro strani a pranzare alle tre e cenare alle undici, mentre in realtà tutto si svolge più o meno alla nostra stessa ora, solo teso all’interno di quel furbo, fasullo fuso orario dell’Europa centrale. E più vai a sud e a ovest, o ti fai una pennica oppure friggi sotto lo zenith a voler mangiare come i francesi e gli italiani. Infatti pochi chilometri ancora e sei in Portogallo, il fuso non lo potevano allargare altri cento chilometri perché se no i poveri portoghesi il bacalhau dovevano farselo come spuntino di mezzanotte, e quindi improvvisamente nella penisola iberica ritornano calma e morigeratezza, si cena alle otto ottoemezza e a letto presto.

Insomma a Valencia si sta bene e fa caldo di novembre, ma non afoso. Cerco di documentarmi prima del viaggio, di studiare, come al solito quando vado in una città nuova, e come al solito concludo poco. Meno male che sono ospite quindi facciamo che gli anfitrioni si guadagneranno il loro ruolo. Di Valencia sapevo che ci fanno la Formula 1 e c’è stata anche la Coppa America, quindi mi aspettavo una città dove tutto fosse pista da corsa, della terra del mare dell’aria. E sapevo anche la fama di città moderna, dinamica, che cresceva; che poi probabilmente è o era vero. Tra le cose che ho visto ci sono le innumerevoli case sfitte, invendute, pubblicizzate, vuote, tantissimi appartamenti che si chiamano di pregio, attici e non quelli dei palazzi della Milano bene che poi comunque gli infissi cigolano, ma grandi e nuove torri di vetro, terrazzi di cemento finito a legno, ordini di grandezza che uno normale non considera, tutto in svendita, e nelle vetrine al piano terra, i titoli di giornale pessimisti.

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“Tha-i-Pad please”

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D’accordo essere giovani, amare l’avventura, non far caso ai trent’anni, ignorarli al punto da mettersi i tappi nelle orecchie quando la schiena grida vendetta alla fine di un viaggio di 20 ore sui mezzi di trasporto più disparati, ma se vi ritrovate ad ordinare un “Tha-i-Pad” in un ristorante dei vicoli di Bangkok ad un ora indefinita della notte, allora è il momento di tirare il freno a mano e farsi due domande. Non tanto sul perchè vi troviate nella capitale thailandese, in compagnia di personaggi sconvolti quanto voi dal fuso e dall’umidità, ma sulla sanità mentale degli organizzatori di un viaggio da una settimana che hanno pensato bene di farvi prendere una quindicina di coincidenze (causa delle suddette 20 ore), mandandovi in deprivazione da sonno al punto di farvi ordinare un ibrido di noodles e tablet apple-iano (tha-i-Pad appunto) al posto del piatto nazionale thailandese: Pad-Thai (in realtà pronunciato Pàth-thai). Continua a leggere


Chi porta il Porto parte 2: la Francesinha

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Siete arrivati a Porto, avete mangiato la vostra bifana e visitato il centro, le avenidas larghe con i loro palazzi signorili. Siete saliti sulla Torre dos Clerigos e probabilmente riposati un po’ nella piazza dell’università o nell’atrio di São Bento sotto i suoi enormi azulejos. È ora di scendere verso il Douro e, perché no, anche di attraversarlo per una visita, con molteplici assaggi, al centro della produzione del vinho do Porto.

La Ribeira è la zona di Porto a ridosso del fiume, con una passeggiata recentemente rinnovata e piena di ristoranti e locali. Le case che danno sul Douro e quelle all’interno delle viette superiori sono molto particolari e rimangono quelle dei pescatori che vi vivevano, anche se spesso oggi ospitano negozi o ristoranti: quasi tutto l’anno potrete mangiare all’aperto, in una delle esplanadas antistanti gli edifici, ma anche una cena all’interno, con vista sul panorama del fiume, il ponte Dom Luis e Vila Nova de Gaia, è fenomenale.

Alla Ribeira confluiscono gli abitanti di Porto per le feste cittadine o semplicemente per uscire la sera, passeggiare o mangiare fuori. Da lì si ammirano i fuochi di artificio sull’acqua della festa di São Joao e, dal basso, il maestoso ponte Dom Luis I, che cinquanta metri sopra collega Porto a Vila Nova de Gaia. Il ponte, che viene illuminato da luci colorate in occasioni speciali (durante le competizioni internazionali di calcio, per esempio, di rosso e verde) è in metallo e realizzato alla fine dell’ottocento da un allievo di Eiffel; quando è stato costruito aveva l’arcata singola più lunga del mondo (i portoghesi amano stabilire record con i ponti, visto cosa hanno fatto negli anni ’60 con il Ponte 25 de Abril e negli anni ’90 con il Vasco da Gama)!

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