Archivi del mese: agosto 2012

Aeroporco – OPO

L’aeroporto di Porto è stato il primo di una serie di aeroporti portoghesi visitati, per vacanza o lavoro, tra la primavera e l’estate scorse. OPO deriva dal nome inglese della città, Oporto, e riflette una di quelle storpiature che si fanno spesso traducendo nomi e parole straniere, e che gli inglesi fanno volentieri, anche dall’italiano. Il nome di Porto in portoghese ha l’articolo, perché viene dalla sua funzione di scalo sul fiume Douro: o Porto, cioè “il porto”. Quindi un portoghese dirà “vou no Porto”, con l’articolo, per dire vado a Porto, mentre il vino liquoroso che noi chiamiamo “porto”, si chiama in effetti “vinho do Porto”, o vino del porto. Gli inglesi, che hanno un rapporto speciale con il Portogallo già dall’esempio vino portoghese vs tessile inglese di Ricardo, hanno sentito che i portoghesi chiamavano la loro città “o Porto”, hanno capito Oporto, e così ci teniamo OPO.

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Sheperd’s Masala Pie

“Mi faccia la porzione per uno”

Atterro all’aeroporto di Leeds Bradford, West Yorkshire, Inghilterra del Nord. È un aeroporto piccolo, di quelli che negli ultimi anni le low cost hanno trasformato da scali sonnacchiosi a hub delle vacanze. Il cityhopper olandese che fa la spola tra le isole britanniche e il continente ha sorvolato colline verdissime e nebbiose, campagne di muretti bassi e case di arenaria per un paesaggio da cartolina di campagne inglesi, e ora si sta spostando sulla pista verso la piazzola di sosta. A un certo punto, però, tra i piccoli aerei europei, ne spunta uno di massa maggiore che sembra decisamente fuori posto: un grosso Boeing della PIA, o Pakistan International Airlines. In preda a pregiudizi penso che la spiegazione sia un atterraggio di emergenza di una compagnia che a malapena rispetta gli standard IATA…ma mi sbaglio. Il piccolo aeroporto di Leeds Bradford nel West Yorkshire infatti ha un volo diretto bisettimanale con Islamabad.

Questa zona di Inghilterra (e in particolare la città di Bradford, dove sono diretto) ha un’enorme comunità indo-pakistana, che in alcuni casi risiede qui da generazioni ed è la terza per dimensioni nel Regno Unito dopo Leicester e Londra. Lavoratori e famiglie sono arrivate dalle ex colonie del subcontinente, in particolare dalle zone più povere e dal Punjab (prima e dopo la Partition, non sempre con distinzione politica tra indiani e pakistani), attratti dall’impiego nell’industria tessile fino alla prima metà del XX secolo. Bradford è stata un esempio della rivoluzione industriale inglese, quella della divisione del lavoro e della macchina a vapore, che ha velocemente sviluppato la zona. Vicino alla città ci sono diversi storici “mills” della lavorazione della lana, come Salt’s Mill, patrimonio dell’UNESCO che include Saltaire, un villaggio di lavoratori dell’industrializzazione paternalistica, che costruiva paesi “a misura di operaio” vicino alle fabbriche, una soluzione che fu anche importata in Italia, per esempio dalla famiglia Crespi a Crespi d’Adda (altro sito UNESCO, da vedere se siete di passaggio in Lombardia). A Bradford, anche le (poche) opere architettoniche sono collegate al passato florido dell’industria tessile: il Wool Exchange (che un indigeno mi sottolineava essere ispirato agli Uffizi, suscitando il mio divertimento. Ah no, non scherzava), la City Hall e gli edifici più antici del centro.

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