Archivi del mese: novembre 2013

Oysters for the poor boys

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Music e great food, queste le parole chiave ripetute preparando un viaggio a New Orleans, avvicinandocisi, camminando per le strade di dimensioni e storia europee,  guardando case balconi e pale di ventilatori, sudando.

La mattina del 30 agosto 2005, oltre i tre quarti di New Orleans erano sommersi da metri di acqua, fango e scarichi fognari. Il giorno prima, l’uragano Katrina aveva toccato terra sulla costa di Louisiana e Mississippi con venti di quasi 200 km/h e puntato sulla città; con un ipocrita sconto sulle previsioni più pessimistiche, aveva risparmiato i quartieri storici, centrali e più ricchi concentrandosi sulle periferie orientali povere, costruite sotto il livello del mare e protette da vecchi argini attorno ai canali e al solitamente sonnacchioso Mississippi, argini che cedettero inondando e distruggendo molti edifici che erano resistiti al vento e alla pioggia.

New Orleans Flooded

La FEMA e la protezione civile statale fronteggiarono l’emergenza con una rapidità ed efficacia che in confronto la Protezione Civile italiana di qualche anno fa sarebbe sembrata una macchina bene oliata. Decine di migliaia di persone si ritrovarono in uno di stato di natura, barricati al secondo piano di case allagate per difendersi dai saccheggiatori, o profughi ammassati nel Superdome o sui ponti. La piena occupò la città per settimane. Bush dal finestrino dell’Air Force One si chiese come mai i suoi concittadini si fossero dati alle risaie. Gli americani, dopo che i giornalisti, bloccati negli hotel dei quartieri “salvati” del Quarter o di Uptown avevano descritto lo “scampato pericolo” per New Orleans, cominciarono a vedere immagini che sarebbero potute venire da lì come da un monsone nel terzo mondo.

Dopo Katrina, New Orleans aveva centinaia di migliaia di edifici distrutti e la popolazione dimezzata; molte delle persone che erano scappate con l’evacuazione obbligatoria, semplicemente non tornarono. Diversi opinionisti a Washington osservarono che non valesse la pena ricostruire una città sott’acqua e senza ordine, spendendo quasi cento miliardi di dollari. Per fortuna di tutti, tra le sue molte peculiarità New Orleans è anche refrattaria al culto americano della funzionalità prima di tutto. La gente che è rimasta, quella che è arrivata e quella che si è fermata, e gli aiuti stanziati, hanno ricostruito e riqualificato intere zone, il turismo e le conventions sono tornati a riempire la città che ha nuove startup, musei e iniziative, anche se centomila abitanti meno che nel 2005 e quartieri degradati che attendono da otto anni.

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