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Chi porta il Porto parte 2: la Francesinha

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Siete arrivati a Porto, avete mangiato la vostra bifana e visitato il centro, le avenidas larghe con i loro palazzi signorili. Siete saliti sulla Torre dos Clerigos e probabilmente riposati un po’ nella piazza dell’università o nell’atrio di São Bento sotto i suoi enormi azulejos. È ora di scendere verso il Douro e, perché no, anche di attraversarlo per una visita, con molteplici assaggi, al centro della produzione del vinho do Porto.

La Ribeira è la zona di Porto a ridosso del fiume, con una passeggiata recentemente rinnovata e piena di ristoranti e locali. Le case che danno sul Douro e quelle all’interno delle viette superiori sono molto particolari e rimangono quelle dei pescatori che vi vivevano, anche se spesso oggi ospitano negozi o ristoranti: quasi tutto l’anno potrete mangiare all’aperto, in una delle esplanadas antistanti gli edifici, ma anche una cena all’interno, con vista sul panorama del fiume, il ponte Dom Luis e Vila Nova de Gaia, è fenomenale.

Alla Ribeira confluiscono gli abitanti di Porto per le feste cittadine o semplicemente per uscire la sera, passeggiare o mangiare fuori. Da lì si ammirano i fuochi di artificio sull’acqua della festa di São Joao e, dal basso, il maestoso ponte Dom Luis I, che cinquanta metri sopra collega Porto a Vila Nova de Gaia. Il ponte, che viene illuminato da luci colorate in occasioni speciali (durante le competizioni internazionali di calcio, per esempio, di rosso e verde) è in metallo e realizzato alla fine dell’ottocento da un allievo di Eiffel; quando è stato costruito aveva l’arcata singola più lunga del mondo (i portoghesi amano stabilire record con i ponti, visto cosa hanno fatto negli anni ’60 con il Ponte 25 de Abril e negli anni ’90 con il Vasco da Gama)!

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Chi porta il Porto parte 1: la Bifana

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Abbiamo già accennato ad alcuni aspetti peculiari di Porto (qui e qui) ma, insomma, finora ci abbiamo girato intorno: Porto è talmente fascinosa e poco considerata (almeno rispetto alle destinazioni turistiche portoghesi più celebri, Lisbona e l’Algarve) che merita una trattazione adeguata.

Porto non è solo la “seconda città del Portogallo”, ma possiede e rivendica un’atmosfera peculiare alimentata dalla malcelata rivalità con la capitale e con il sud, dualismo declinato in economia, politica, cultura e sport (i dragões del Porto e le águias del Benfica). Porto e i suoi abitanti si descrivono come la parte operosa del Portogallo, e in effetti intorno alla città e al suo fiume, il Douro, si concentrano settori produttivi passati e presenti, dal vinho do Porto alle raffinerie. Sembrano smentire alcune dei tratti di flemma, dolcezza e gaudio tipici portoghesi (ma non sempre, come abbiamo visto per le feste padronali): Porto è più introversa e meno cosmopolita di Lisbona, ancora più ripida delle colline della capitale nelle sue salite dal lungofiume, con una parlata troppo dura e diretta per un lisboneta, e con una certa austerità legata alla storia di centro commerciale e indipendenza finanziaria e politica. L’insediamento romano di Portus Cale fu infatti il centro originario dello stato portoghese, a cui diede anche il nome; e il soprannome della città (ormai ci siamo abituati a cercarli, come qui e qui) è Cidade Invicta da quando, unica, resistette all’assedio delle truppe napoleoniche.

Porto però può anche regalare un concentrato di quell’aria decadente e romantica che, almeno per me, è assolutamente lusitana, da respirare passeggiando tra le stradine dei quartieri che da Praça da Libertade precipitano verso la Ribeira, zone popolari e, persino nell’area tutelata dall’UNESCO, spesso un po’ fatiscenti, in un groviglio di panni stesi, urla da una finestra all’altra, bar bui e negozi di libri usati.

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Di santi, sardine e martelli

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Scrivo questo post da un parco milanese, in una delle poche tregue dalla pioggia nella falsa primavera 2013, quando dei suoni familiari di shhh e vocali nasali attira la mia attenzione: è un gruppo di turisti nonni coriandolo portoghesi che passeggia poco lontano, evidente quanto curioso segno del destino. Potrei chiedergli cosa ne pensano delle serate d’inizio estate in una grande città italiana: probabilmente risponderebbero che non sono nulla paragonate alle feste dei santos populares.

Se avete in programma di visitare il Portogallo e le sue città (in caso contrario, abbiatelo al più presto), fatelo in giugno: il mese delle feste dei santi patroni. Le feste patronali portoghesi ricordano molto le nostre sagre paesane, ma a differenza che in Italia raggiungono anche le grandi città, in particolare Lisbona e Porto. E sono un misto di tradizionale e moderno che coinvolge tutte le generazioni, senza vergogna né velleità di riscoperta delle radici, che invece sono ancora lì anche se le loro manifestazioni sono spesso, beh, inventate di sana pianta.

Così capita, passeggiando per le stradine dell’Alfama a Lisbona ben dopo la mezzanotte di una sera di inizio giugno, di sbucare in una piazzetta ingolfata di anziani rubicondi, ragazzotti tamarri e turisti troppo biondi che cantano sulle note di un complesso tipo João & Marisa con voce, fisarmonica e base registrata che alterna canzoni popolari, pop commerciale e samba brasileiros di cui tutti (tranne i turisti troppo biondi) conoscono i testi – il Fado è bandito, fortunatamente sono festas. Intorno fiumi di birra (una delle due: Sagres o Superbock, che generosamente sponsorizzano), bandierine colorate e ovviamente lo street food delle festas dos santos populares, il cui principale è la sardinha assada. Un po’ diverso dalle celebrazioni del santo patrono a Milano (vabeh che Sant’Ambrogio è d’inverno), che si concentrano prevalentemente nei pur bellissimi e caratteristici mercati (a pensarci bene, forse è giusto che Milano celebri con la sua operosa ma riservata attività del commercio). Le festas portoghesi sono in onore dei santi cattolici e i giorni dei santi sono quelli con gli eventi maggiori: esempio di come il Portogallo sia stato la miglior success story di cattolicizzazione tra le società europee nei secoli scorsi.

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